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La via dei librai 2021: La città comunità

«Se l’occhio non si esercita, non vede,
se la pelle non tocca, non sa,
se l’uomo non immagina, si spegne»

Danilo Dolci, Il limone lunare, Laterza 1970

Tra le riflessioni che hanno caratterizzato la comunità globale travolta dalla pandemia, si inserisce ovviamente anche la riflessione sulla “città degli uomini”. 

Non è un tema nuovo. Nel tempo filosofi, urbanisti, sociologi e teologi hanno dibattuto sulla idealità di una città perfetta. La città del Sole di Campanella, una città con leggi e costumi perfetti, i cittadini hanno una mensa comune, vestono gli stessi indumenti, ricevono tutti la stessa educazione e hanno tutti pari opportunità.

Ma cosa renderebbe una città perfetta?

Dalla fine della seconda guerra mondiale il costante accrescimento del tessuto urbano genera evidenti discrepanze infrastrutturali tra le città del nord e quelle del sud Italia1, ed ancora tra le periferie e la città storica.

Nel 1974, Pier Paolo Pasolini, realizza il cortometraggio La forma della città2. Un prezioso documento, in cui pone l’attenzione verso quel patrimonio edilizio anonimo prodotto dalla storia del popolo di una città considerata integralmente. Il problema della città moderna deve essere soltanto offrire una abitazione a chiunque, o affiancare, attraverso una infrastrutturazione ragionata, una comunità vivace e capace di favorire relazioni umane? Pasolini scelse la città di Orte, in cui la massa architettonica della città è deturpata, rovinata dalla presenza di un gruppo di case alle pendici del colle. Quali effetti può aver avuto sulla società, il fenomeno dello scempio urbanistico delle città?

Gli anni Cinquanta e Sessanta furono quelli del boom economico: un eccezionale sviluppo non accompagnato da un’adeguata evoluzione civile e culturale, che portò l’Italia a trasformarsi in un’immensa area di lottizzazioni, dove per prima imperversò la speculazione edilizia. Italo Calvino nel 19583, aveva già denunciato, nel clima ottimistico agli albori della ripresa, la distruzione della costiera ligure, prodotta dal moltiplicarsi delle case di vacanza della nuova borghesia di massa, in un’epoca di bassa marea morale, nella quale l’impegno affaristico prevaleva su quello intellettuale.

La prospettiva di riflessione più “vicina” deriva dall’esperienza di auto organizzazione urbana di Danilo Dolci4, che in Sicilia costituisce un passaggio obbligato: a oltre sessant’anni dal suo avvio (1952) il “progetto siciliano” costituisce una lezione imprescindibile. Il dramma irrisolto del degrado delle periferie urbane, l’inarrestabile violenza sui più deboli, il divario crescente tra ricchezza e povertà, gli sfregi all’ambiente, lo spreco di risorse. Un quadro da cui emerge l’incapacità delle amministrazioni pubbliche di mettere in campo politiche in grado di interpretare i bisogni emergenti e di collaborare con le comunità locali per costruire assieme possibili vie di soluzione.

Ma si tratta soltanto del problema dello spazio urbano, nella sua accezione più puramente formale, architettonica o infrastrutturale, o la riflessione deve investire anche il tema della qualità delle relazioni che si instaurano all’interno di uno spazio, ordinato o disordinato, che chiamiamo città?

Nel tentativo di trovare risposte si colloca il Movimento Comunità, fondato a Torino nel 1948 da Adriano Olivetti. Nel 1950, Olivetti espose la sua visione del primato in campo politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Sotto l’impulso delle sue fortune imprenditoriali e dei suoi ideali comunitari a Ivrea raggruppò una quantità straordinaria di intellettuali che operavano (chi in azienda, chi all’interno del Movimento Comunità) in differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica5.

Nel nostro presente la stagione dei lockdown, nel 2020, ha imposto al cittadino una quotidianità ristretta alle abitazioni, ed al massimo ai quartieri, spingendolo ad una riflessione anche sulle relazioni “urbane” cd. di prossimità. 

Si può affermare che sia iniziata una nuova fase di riscoperta delle città, che va oltre la definizione tradizionale. La città non è soltanto uno degli elementi umani dello spazio geografico: insediativo o economico, che sta attraversando una fase dell’evoluzione del mondo caratterizzata dall’impronta dell’uomo sulla terra (Antropocene) e che sarà riferimento per l’evoluzione del futuro. La riflessione sembra crescere e maturare nella direzione della consapevolezza dell’importanza dello spazio della città, strutturato in modo tale da favorire lo sviluppo della persona e delle relazioni di comunità.

Durante “le zone rosse” che hanno caratterizzato la pandemia Covid-19, molte persone sono rimaste bloccate in casa, impossibilitate anche nell’esercizio delle attività più elementari. Sono riemerse così le criticità “sociali” che lo sviluppo tecnologico può risolvere solo in parte. I fenomeni di povertà estrema, quelli legati alle fasce più deboli delle nostra società, sono stati affrontati grazie al terzo settore ed a valori come la solidarietà. Cosa rende, quindi, una città comunità? Quanto può essere importante il senso di comunità per le città del nuovo millennio?

La sesta edizione, de La via dei Librai, festa del libro, nella giornata mondiale del libro e della lettura, a Palermo, apre un confronto, non solo virtuale, su un tema vecchio e nuovo, che, a nostro modo di vedere, dovrebbe essere considerato determinante nello sviluppo della società umana all’interno e mediante il sistema città.

Francesco Lombardo – Giulio Pirrotta – Giuseppe Scuderi

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1Alcune recenti indagini ufficiali dimostrano attraverso un indice infrastrutturale come la Sicilia appare molto indietro rispetto alle regioni del nord Italia (84,4 rispetto al 113,9 del nord-Ovest). Camera dei
Deputati, Mercoledì 18 novembre 2020, 474. XVIII Legislatura. Bollettino delle giunte e delle commissioni parlamentari. Commissioni Riunite (VIII e IX).
2www.teche.rai.it/2015/01/pasolini-e-la-forma-della-citta-1974

3La speculazione edilizia è un romanzo di Italo Calvino, pubblicato nel 1963 nella collana “Coralli” (n. 189) di Einaudi.

4Il metodo di lavoro di Dolci è parte costitutiva del suo impegno sociale e educativo: piuttosto che dispensare verità preconfezionate, egli ritiene che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dall’esperienza e dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso valorizza la cultura e le competenze locali, il contributo di ogni collettività e di ogni persona. Per questo Dolci collega la sua modalità di operare alla maieutica socratica. Il suo si configura come un lavoro di “capacitazione” (empowerment) delle persone generalmente escluse dal potere e dalle decisioni.

5Cfr. Fondazione Adriano Olivetti: A. Olivetti, su fondazioneadrianolivetti.it. Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità, unica via per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea era di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

La via dei librai 2021: La città comunità

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